Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

1980 - 1992: L'illusorio boom

Personal computer Olivetti "M20", stabilimento di Scarmagno (TO), 1982 (Archivio storico Olivetti).

 
 

Il mercato protagonista
All’inizio degli anni Ottanta pare aprirsi una nuova stagione per il Paese. Superata la fase della più accesa conflittualità sociale, gli italiani, in un quadro internazionale che vede protagonista il liberismo di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, sembrano scoprire i valori del mercato. Nell’aprile del 1983 vengono istituiti per legge i fondi comuni di investimento mobiliari e l’anno dopo raccolgono 5.000 miliardi, ma sfiorano i 76.000 nel 1986, riversandone quasi il 30% a piazza Affari: la Borsa di Milano, con una capitalizzazione lorda superiore ai 192.000 miliardi – era a poco meno di 25.000 nel 1980 – scavalca Parigi e si colloca al 6° posto nel mondo. In due anni, i titoli quotati passano dal 5 al 25% del Pil. Le opportunità di questa eccezionale congiuntura sono colte soprattutto dai grandi gruppi (e, in particolare, da quelli privati). All’inizio del 1987, nove di essi incidono quasi per l’intera capitalizzazione della Borsa italiana: Iri ed Eni insieme sfiorano il 23%, superati dagli Agnelli (28,9) e seguiti da Generali (18,6), Ferruzzi (15,9), De Benedetti (9), mentre, a distanza notevole, si collocano Pesenti, Pirelli, Orlando. Il risanamento della Fiat, dovuto all’accordo fra proprietà (gli Agnelli) e management (Romiti, Ghidella), il turnaround dell’Olivetti realizzato da Carlo De Benedetti, la spavalda sfida di Raul Gardini, che si è impadronito della Montedison a dispetto dei potentati dell’industria e della finanza italiani, appaiono il segno della vitalità di un capitalismo che riprende slancio in misura e modi da tempo dimenticati. Ma già la fine del 1987 rappresenta lo spartiacque tra la fase di impetuoso sviluppo e quella di ridimensionamento e nuova crisi, e coincide con l’esaurirsi della crescita dei mercati azionari internazionali, che in Italia assume caratteri di particolare intensità.

 

Un capitalismo senza regole
Quello italiano resta un capitalismo senza regole: intrecci proprietari fra gruppi, ampie emissioni di azioni di risparmio, società a cascata e “scatole cinesi” che permettono di emettere nuovi titoli a fronte delle stesse attività, consentono a pochi individui il dominio di imprese centrali per il sistema economico di un Paese avanzato. In un contesto giuridico ancora scarsamente garantista per il risparmiatore che si avventura in Borsa, nel triennio 1985-1987 mantenere il controllo delle imprese quotate costa meno di un terzo delle somme versate da chi compra azioni sul mercato. «Se negli anni Settanta – come era solito ripetere Carlo De Benedetti, mutuando una frase di Enrico Cuccia – il capitalismo italiano era un capitalismo senza capitali, negli anni Ottanta, grazie ai giochi di prestigio dei nostri maggiori imprenditori, si è trasformato in un capitalismo con i capitali altrui».
 
Finalmente l'Europa
All’inizio degli anni Novanta le speranze di rinnovamento accese dal grande afflusso di risparmio in Borsa sembrano dissolte. Migliaia di miliardi sono svaniti in speculazioni o errati disegni di espansione, mentre il cattivo governo dell’economia porta il debito pubblico a livelli tali da contrastare fortemente gli investimenti azionari, dato il rendimento dei titoli di Stato. Raro elemento confortante, in questo panorama, è l’adesione al patto di Maastricht che, impegnando l’Italia a entrare nella moneta unica europea, la costringe a rimettere “in sesto i propri conti” e a rendere le istituzioni economiche omogenee a quelle delle nazioni più avanzate.