Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

1918 - 1945: Anni difficili

Atlete del gruppo sportivo aziendale Ercole Marelli, anni Trenta (Fondazione Isec, fondo Ercole Marelli).

 
 

La riconversione postbellica e i nuovi settori
La guerra provoca inevitabilmente una sproporzione fra l’apparato produttivo e le possibilità del mercato, con gravi problemi di tenuta per la grande industria italiana. Alla fine del 1921 fallisce la Banca italiana di sconto, che trascina con sé il gigantesco gruppo Ansaldo, un vasto complesso metalmeccanico fra i maggiori protagonisti della mobilitazione industriale. Anche in questo caso, interviene la Banca d’Italia a far sì che le attività industriali legate alla Banca italiana di sconto possano proseguire. Superati i sobbalzi del dopoguerra, l’industria italiana conosce, fra il 1922 e il 1925, un formidabile processo di crescita, con tassi di incremento annuo di poco inferiori al 10%. Si affermano il settore elettrico, con in testa la Edison, e il settore chimico, che vede quali protagoniste di assoluto rilievo la Montecatini (fertilizzanti) e la Snia (fibre artificiali).

 

Verso la "grande crisi"
È una fase di crescita che ha termine nel 1926, quando la pressione inflazionistica costringe il Governo fascista a intraprendere, date le necessità della sua base sociale (medio e piccolo-borghese), una politica di rivalutazione monetaria. È una vera e propria “battaglia della lira”, proclamata da Mussolini con il discorso di Pesaro il 18 agosto 1926: prima, occorrevano 150 lire per avere in cambio una sterlina; in pochi mesi ne basteranno meno di 90. Tutto ciò è ottenuto con una drammatica frenata dell’economia italiana, che affronta quindi indebolita la grande crisi degli anni Trenta. Le banche miste, la Banca commerciale italiana, il Credito italiano e il Banco di Roma, non resistono all’urto e devono ancora una volta essere salvate dallo Stato.

Lo Stato imprenditore
Con r.d.l. 23 gennaio 1933, n. 5 nasce l’Iri – Istituto per la ricostruzione industriale – che assume la proprietà delle banche miste e delle loro attività industriali. L’Iri, che al momento della sua costituzione controlla il 40% del capitale azionario italiano, sorge per risanare le aziende e, quindi, privatizzarle (“smobilizzarle”, nel linguaggio dell’epoca). Ma ciò non sarà possibile, se non in parte. L’Iri arriva infatti a controllare alcuni settori centrali per l’economia di un Paese come l’Italia: la siderurgia, la meccanica pesante, la cantieristica, i trasporti marittimi e le telecomunicazioni. Non ci sono nel Paese capitali per acquistare e gestire aziende di questi rami dell’attività economica: nel 1937 l’Iri viene quindi dichiarato ente permanente. La formula voluta dal suo fondatore Alberto Beneduce, il consigliere economico nel quale Mussolini ripone la più assoluta fiducia, è: proprietà pubblica e imprese che competono sul mercato. La guerra in Etiopia coincide con una politica autarchica e di riarmo che favorisce inevitabilmente l’industria pesante: questa, pur avvalendosi, in molti casi, di tecnologie obsolete, consolida la sua presenza nell’apparato produttivo nazionale. La Seconda guerra mondiale porta il Paese a ripercorre il sentiero della mobilitazione industriale, ma non vengono raggiunti i grandi risultati conseguiti nel primo conflitto. Alla metà degli anni Quaranta l’Italia, sia pure con un tessuto economico segnato da lacerazioni e squilibri, sarà l’unico Paese del Mediterraneo a potersi definire industrializzato.