Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

1992 - 2010: Fra declino e trasformazione

Stabilimento Ansaldo Energia di Genova, lavorazione di una turbina a gas, 2004 (Archivio Fotografico Ansaldo Energia).

 
 

La stagione delle privatizzazioni
Alla metà del 1992 il Paese sembra prendere coscienza delle critiche condizioni in cui versa, dello straripante debito pubblico, del disastro delle Partecipazioni Statali (l’Iri ha ormai accumulato perdite per più di 70.000 miliardi), dei degradati rapporti fra imprenditori e politici. Si creano le circostanze per la formazione di un Governo libero da gravami partitici, presieduto da Giuliano Amato, esponente di punta del Psi, ma anche apprezzato esperto di problemi giuridico-economici. Il Ministero Amato si impegna nel risanamento: svaluta la lira, realizza una coraggiosa manovra da 90.000 miliardi, pone le premesse per un ampio programma di privatizzazioni abolendo il ministero delle Partecipazioni statali e trasformando Iri ed Eni in società per azioni, con Consigli d’amministrazione da cui sono esclusi i rappresentanti dei partiti. L’idea delle privatizzazioni, ormai un indirizzo prevalente in tutta Europa, si impone con forza crescente per contrastare le dimensioni del debito pubblico, per spezzare i perversi legami fra imprese e politica – che trovavano un terreno particolarmente fertile nelle aziende a partecipazione statale –, per rivitalizzare e irrobustire un tessuto industriale incapace di esprimere una pluralità di grandi soggetti. Nel 1992, nella classifica delle 1.000 maggiori imprese mondiali, solo sette sono italiane, contro 64 inglesi, 47 francesi, 46 tedesche. Vengono allora vendute ai privati aziende industriali come la elettromeccanica Nuovo Pignone e le società alimentari della Sme, mentre sono poste sul mercato quote di banche possedute dall’Iri – il Credito italiano e la Banca commerciale – e rese disponibili al pubblico azioni di un gigante dell’energia quale è l’Eni. Da queste e da altre cessioni, le casse dell’erario ricevono, fra 1992 e 1998, 115.000 miliardi, una cifra che pone l’Italia ai primi posti nel mondo per questo genere di operazioni. Non è tuttavia un processo lineare. Si registrano dure resistenze, in particolare all’interno di imprese operanti in posizioni monopolistiche; si parla di “privatizzazioni molto private” per le banche, controllate da gruppi ristretti – i cosiddetti “noccioli duri”. Né mancano perplessità per alcune trattative dirette, risoltesi in modo ritenuto troppo conveniente per il compratore, come quella che consente a Emilio Riva di divenire il secondo produttore siderurgico d’Europa acquisendo dall’Iri l’Ilva laminati piani (proprietaria dello stabilimento di Taranto), una società che vanta fatturato e addetti tre volte superiori alla Riva.

 

Nella competizione globale
Negli ultimi dieci anni si attua però una robusta modernizzazione del quadro istituzionale. Si creano e si rafforzano organismi di controllo dei mercati, come la Consob, l’autorità antitrust, le varie autorità sui servizi pubblici; sono introdotti nuovi attori come i fondi pensione, mentre si consente alle banche di acquisire, anche se limitatamente, azioni industriali; viene emessa una legge sulla corporate governance che riduce la possibilità di collusione fra imprese e, soprattutto, tutela gli azionisti minori. Nonostante tutto ciò la grande impresa è irrimediabilmente depotenziata. Nel 1996 la Olivetti cessa l’attività elettronica, l’anno successivo la Montedison cede le attività chimiche, mentre la Fiat entra in una crisi di cui a tutt’oggi è difficile prevedere gli esiti. Si tratta di un irrimediabile declino per l’Italia? Nessuno può avanzare previsioni certe. Si è detto, però, da più parti, che si intravede una metamorfosi nel capitalismo italiano. Dai distretti industriali emergono imprese che creano posizioni egemoniche e precise gerarchie. Tali attori vengono definiti “quarto capitalismo” perché non possono essere identificati né con la grande impresa privata, né con quella pubblica, né con la piccola impresa. All’inizio del XXI secolo sono attive in Italia un migliaio di aziende che fatturano fra i 150 milioni e il miliardo e mezzo di euro. La formula del loro successo è la concentrazione su una nicchia, ma a livello globale. Il “quarto capitalismo” è dominato da imprese familiari, con tutti i problemi che questo assetto comporta, mentre i settori in cui esso opera, prevalentemente produzioni per la persona e per l’abitazione, non sono certo quelli di frontiera. Alla fine del periodo, in uno scenario di crisi internazionale, l’Italia è ancora il secondo Paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania, e fra le otto maggiori economie del mondo.