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Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

Genova 1896 - 1918: La prima industrializzazione

Reparto dello stabilimento artiglierie Ansaldo con operai al lavoro ed in primo piano il cannone 381/50 mm, Genova-Cornigliano Ligure 1917 (Fondazione Ansaldo - Gruppo Finmeccanica, Fondo Fototeca, Raccolta Perrone)

 
 

Tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale la crescita dell’apparato manifatturiero genovese è costante. E di tale crescita sono tratti caratterizzanti gli investimenti in settori protetti dai dazi doganali e la dipendenza dalle commesse pubbliche, segnatamente da quelle militari. Il ceto imprenditoriale, dotato di una indubbia capacità di intessere relazioni con il mondo della politica, della burocrazia, della stampa, non mostra eguale abilità nell’affermarsi in nuovi campi di produzione, come quello automobilistico o il chimico-farmaceutico, che conoscono altrove brillanti successi nei primi lustri del XX secolo. Il Censimento degli opifici e delle imprese industriali del 1911 fotografa i cambiamenti avvenuti nel settore secondario nell’arco di un trentennio. Gli addetti all’industria nel circondario di Genova sono 84.462 (+32.649 rispetto agli occupati in attività manifatturiere rilevati dal censimento della popolazione 1881): di questi, 30.250 lavorano nel settore metalmeccanico, 20.411 nei comparti che utilizzano prodotti agricoli, della caccia e della pesca, 16.005 nel tessile, che ha quindi definitivamente perduto il suo primato. Nel complesso si tratta di un mondo urbano e industriale, come dimostra il numero di quanti lavorano nel settore secondario ogni 1.000 abitanti nei comuni del Genovesato (confini dell’epoca): 143 a Genova, 150 a Rivarolo, 229 a Bolzaneto, 231 a Voltri, 233 a Cornigliano, 245 a Sampierdarena, 424 a Sestri Ponente (sono, questi, comuni che vengono unificati amministrativamente nel 1926 nel Municipio di Genova). Nelle località rurali prevalgono ancora le lavorazioni tessili; si addensano invece nell’area urbana i metalmeccanici, come pure gli occupati nell’industria chimica. Forte è la loro concentrazione nei comuni di Sampierdarena e Sestri Ponente, dove sono situati alcuni dei più importanti stabilimenti dell’Ansaldo e dell’Odero. La corsa agli armamenti del primo Novecento e la conseguente ripresa delle commesse pubbliche danno nuovo slancio a un tessuto produttivo che supera la crisi del 1907 e appare sempre più segnato dalla centralità dell’industria pesante. Questa “monocoltura industriale” si rafforza negli anni della Prima guerra mondiale, allorché si assiste a un notevole ingrandimento degli impianti e a una crescita altrettanto consistente dei livelli occupazionali.

 

Locandina, pubblicata dallo Stabilimento Litografico Luigi Pellas, delle Linee postali italiane per le Americhe, servizi combinati tra le societa' a vapore Navigazione Generale Italiana e La Veloce Navigazione Italiana, 1902 (Fondazione Ansaldo - Gruppo Finmeccanica, Raccolta Paolo Piccione)

 
 

L’inizio della Prima guerra mondiale, cui dal 1915 l’Italia partecipa direttamente, segna il momento di gloria di quel complesso militar-industriale che era venuto irrobustendosi nei precedenti decenni. Lo Stato interviene massicciamente nel dirigere la produzione bellica: è cliente delle imprese generoso nei pagamenti, provvede col sistema della “mobilitazione industriale” a privilegiare in vari modi gli stabilimenti che vengono dichiarati “ausiliari” allo sforzo bellico: garantisce a essi più regolari rifornimenti di materie prime, dispensa dalla chiamata alle armi gli operai specializzati difficilmente sostituibili, salvo poi richiamarli al fronte al primo accenno di iniziativa sindacale, ed esenta dal servizio militare altri lavoratori che vanno a gonfiare gli organici delle imprese metalmeccaniche. Il numero delle officine “ausiliarie” in Liguria (tutte le maggiori imprese industriali della regione sono coinvolte nella produzione bellica) rende chiara la portata del fenomeno: esse sono 56 nel 1915 e 200 nel 1918, quando occupano quasi 150.000 persone (70.000 sono lavoratori metalmeccanici impiegati nelle fabbriche del circondario di Genova).
La vicenda dell’Ansaldo, ora di proprietà dei fratelli Mario e Pio Perrone, è emblematica di questa eccezionale congiuntura. L’impresa cresce e si gonfia, moltiplica i suoi stabilimenti (se ne conteranno 30, di cui 22 nell’area genovese), assume nuovi operai, che nel 1918 ammontano a circa 40.000 (60.000 sono gli addetti del gruppo comprendendovi anche le società controllate); nei suoi proiettifici, dove si svolgono lavorazioni di serie che non richiedono particolare forza fisica, fanno il loro ingresso le donne, la cui presenza nel mondo dell’industria era tradizionalmente circoscritta al settore tessile. Dalle fabbriche Ansaldo escono cannoni, apparati motori, corazze, proiettili, navi e anche aeroplani, motivando in tal modo una abile campagna di immagine e propaganda che presenta l’azienda genovese come autentica protagonista industriale della resistenza sul Piave e della conclusiva vittoria militare dell’esercito italiano. All’innovativa produzione aeronautica si dedica dal 1915 anche la Piaggio, dapprima nello stabilimento di Sestri Ponente e successivamente a Finale Ligure.