Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

Torino-Ivrea 1896 - 1918: La prima industralizzazione

Il magazzino delle ruote Fiat in corso Dante, Torino, 1915 (Archivio e centro storico Fiat, fondo iconografico).

 
 

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio della Prima guerra mondiale la nuova vocazione industriale della città acquista sostanza e un’articolazione ricca: i capitali liberati dalla crisi agraria e le risorse finanziarie passate indenni attraverso le secche della speculazione fallimentare si riversano nei settori industriali più promettenti e la business community locale torna a impegnare le sue capacità imprenditoriali in un serie di iniziative intersettoriali che fanno del periodo una frizzante belle époque dell’industria.
Non solo la città ospita alcune delle imprese destinate a lunga vita e importanti successi – prima fra tutte la Fiat –, ma l’intera Regione partecipa della crescita diffusa che delinea la frontiera industriale italiana nell’area del “triangolo”: all’inizio del Novecento gli operai occupati nel settore secondario piemontese sono più di 150.000 e l’industria della Regione può contare su oltre 120.000 cv di energia installata; in capo a un decennio si assiste al raddoppio di questi indicatori: crescono il cotonificio e il lanificio, l’industria meccanica e quella elettrica, il settore siderurgico e l’industria della trasformazione alimentare.
Il comparto meccanico e quello elettromeccanico attirano subito l’attenzione: le Officine di Savigliano, fondate nel 1881, sviluppano la produzione di materiale ferroviario e elettromeccanico; la Tedeschi e l’Officina Morelli, Franco, Bonamico puntano sui materiali elettrici, ma sono svariate le nuove officine meccaniche, come le Officine Diatto e la Spa (Società Piemontese Automobili Ansaldi-Ceirano) che, a fianco dei laboratori artigiani, si ingrandiscono e mettono a frutto la diffusa presenza di abilità tecniche maturate in precedenti esperienze artigianali e manifatturiere per produrre mezzi di trasporto, macchine utensili, parti meccaniche.
Nel 1899 viene fondata la Società italiana per la costruzione e il commercio di automobili, poi denominata Fabbrica italiana automobili Torino (Fiat). Fra i promotori annovera aristocratici e possidenti, banchieri, uomini d’affari appassionati di automobilismo, istituti di credito (il Banco sconto e sete, la Fratelli Ceriana); nel marzo dell’anno seguente viene inaugurato il primo stabilimento in corso Dante e Giovanni Agnelli (1866-1945) assume nel marzo del 1902 la carica di Amministratore delegato; uscito rafforzato nel controllo del capitale dell’impresa dopo la crisi borsistica del 1907, Agnelli avvia la svolta, accantonando la produzione di autovetture per la clientela di ricchi appassionati al nuovo mezzo e puntando su vetture di cilindrata minore: il progetto di trasformare l’automobile da “giocattolo di lusso” a mezzo di trasporto di massa diventa sempre più concreto e segnerà la storia di Torino “città dell’automobile” per tutto il Novecento.

 

Stabilimento della ditta Ing. C. Olivetti & C, la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere, Ivrea 1909-1919 (Associazione archivio storico Olivetti, Fondo Olivetti)

 
 

Al 1908 risale l’inizio di un altro grande progetto “visionario”, che ha come centro la cittadina di Ivrea: l’ingegner Camillo Olivetti, socialista riformista e straordinaria figura di intellettuale utopista, costituisce la società in accomandita semplice Ing. Olivetti e C. con lo scopo di progettare e produrre – per la prima volta in Italia - macchine per scrivere. Il modello organizzativo e produttivo americano della “Seconda rivoluzione industriale” affascina i due imprenditori, Agnelli e Olivetti: si tratta di una suggestione non passeggera, perché le due vicende – pur con significative differenze nella realizzazione della presenza economica e sociale della fabbrica nel territorio – avranno come modello la via statunitense alla produzione di massa da parte della grande impresa.
A Torino il primato dell’impresa guidata da Agnelli è presto indiscutibile: nei 50.000 metri quadrati della fabbrica di corso Dante lavorano, nel 1913, 3.000 operai; la Fiat detiene la metà della produzione nazionale di autoveicoli, anche se il mercato è ancora molto ristretto, ben lontano dagli standard di consumo americani e delle economie europee più avanzate. Mentre Agnelli persegue una strategia di crescita mediante l’integrazione verticale e la realizzazione di una rete di vendita, la stessa presenza della Fiat alimenta lo sviluppo di un variegato tessuto di imprese fornitrici insediate nella cintura torinese: cresce in questi anni un intero apparato di fabbriche correlate che fornisce telai, parti meccaniche, cuscinetti a sfere, motori, carrozzerie e allestimenti interni.
Nello stesso settore automobilistico, inoltre, varie imprese di dimensioni minori esprimono in questi anni una nuova iniziativa imprenditoriale e raccolgono importanti capacità tecniche e organizzative: al 1906 risale la costituzione della società in nome collettivo Lancia e C., da parte del pilota e collaudatore della Fiat Vincenzo Lancia, ma si segnalano presto anche l’Itala, la Ceirano, la Spa, la Pininfarina, mentre nella produzione delle biciclette si afferma la Bianchi.