Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

IV Centro siderurgico Italsider

Italsider di Taranto, anni Settanta (Fondazione Ansaldo).

 
 

In seguito al divampare delle polemiche sulla stampa, nel Governo, e nel partito a capo dell’esecutivo, alla metà del 1959 si riafferma il primato dell’iniziativa politica nelle scelte economiche: le spese per le infrastrutture sono poste a carico dello Stato attraverso la Cassa per il Mezzogiorno e il Ministero dei Lavori Pubblici, mentre si autorizza un aumento del fondo di dotazione per l’Iri da destinare al Centro di Taranto: la costruzione comincia quindi nel 1960, in vista di un aumento della domanda di acciaio a partire dal 1965. Il 9 luglio 1960, alla presenza del Capo dello Stato, hanno inizio i lavori per il IV Centro siderurgico in una piana di 60 ettari davanti al mare, a Nord del porto mercantile, tra la via Appia e la strada provinciale per Statte. Lo stanziamento iniziale è di 400 miliardi, con un’occupazione diretta prevista di 6.000 unità. La prima fase si concentra sulla costruzione, con l’assistenza tecnica della U.S. Steel, dello stabilimento per tubi saldati di grande diametro, completato già nell’ottobre del 1961. La sua messa in funzione è infatti complementare a un accordo riservato tra Urss, Eni e Finsider: si tratta di un contratto che prevede dal 1961 una ingente fornitura di greggio dall’Unione sovietica in cambio di tubi saldati. Tra il 1962 e il 1964 viene completato l’intero stabilimento con l’altoforno, l’acciaieria, il laminatoio a caldo e gli impianti marittimi (che rappresentano un vero reparto produttivo), nei tempi previsti ma con una accelerazione dei ritmi di costruzione che impone il tributo di un alto numero di infortuni sul lavoro. Il 24 ottobre 1964 il Presidente del Consiglio Aldo Moro e altre autorità presenziano all’accensione del primo altoforno.

 

Visita di Paolo VI all'Italsider di Taranto, 1968 (Fondazione Ansaldo).

 
 

Nel 1968, di fronte all’espansione della domanda, si decide di portare la capacità produttiva del Centro da 3 a 4,5 milioni di tonnellate/anno, con un investimento aggiuntivo di 200 miliardi di lire, e l’incremento dell’occupazione con 3.000 nuovi posti di lavoro. La crescita dell’impianto non è ancora terminata: nel 1970, in seguito a previsioni di una nuova crescita dei consumi di acciaio, che pone nuovamente l’economia italiana nelle condizioni di dover dipendere dalla importazioni (in particolare dalla Francia), l’Iri si orienta verso un ulteriore aumento delle capacità produttive della siderurgia pubblica, affidando al comitato tecnico-consultivo la redazione di un programma di espansione. Il comitato, scartando le ipotesi di costruzione di un nuovo Centro o di ampliamento di Piombino, si pronuncia per l’espansione di Taranto, dove gli svantaggi legati a questa scelta possono essere compensati dall’utilizzo delle agevolazioni previste per il Mezzogiorno. Il 26 novembre del 1970 la relazione è approvata dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe): i lavori per il raddoppio dell’insediamento ionico sono avviati nel corso dell’anno successivo e terminati nel 1975. Si tratta di un investimento di 1.326 miliardi di lire che punta a portare la capacità produttiva a 10,5 milioni di tonnellate l’anno in uno stabilimento imponente, il più grande d’Europa, destinato principalmente alla produzione di ghisa, acciaio grezzo e laminati piatti utilizzati prevalentemente in opere di grande carpenteria metallica (travature per viadotti o costruzioni industriali), a cui si aggiunge il tubificio.
Nell’anno in cui il raddoppio dell’impianto arriva al completamento, scoppia la crisi internazionale dell’acciaio: nel 1975 il consumo mondiale diminuisce dell’8% e quello della Comunità europea del 18%. In Italia diventano subito evidenti gli squilibri del settore siderurgico pubblico: eccesso di capacità produttiva, peggioramento delle relazioni industriali, crollo della produttività degli stabilimenti e alto costo del lavoro, che insieme determinano un sensibile deterioramento finanziario delle aziende Finsider.