Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

Bormioli

Già dagli anni Venti
La famiglia Bormioli era originaria di Altare, nell’entroterra di Savona, dove già nel Medioevo si era sviluppata una fiorente arte del vetro. Nel 1825 i Bormioli si trasferiscono nel Ducato di Parma e Piacenza e ottengono dal governo di Maria Luisa d’Austria la concessione ad avviare una vetreria a Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza). Nel 1854 la famiglia si insedia nella capitale, avendo ottenuto l’esercizio della Reale fabbrica delle maioliche e dei vetri la privativa creata nel 1759 dal Ministro riformatore Guillame du Tillot. Dopo l’Unità, l’azienda impiega 50 operai, il capitale fisso ammonta a 16.000 lire (fabbricati e attrezzi), mentre il circolante è pari a 3.200 lire, e il fatturato, composto per lo più dallo smercio delle stoviglie, di 12.000. Si tratta ancora di un opificio antiquato, caratterizzato da metodi di lavorazione tradizionali, dove prevale l’abilità del maestro artigiano, coadiuvato dai garzoni e dagli apprendisti.
La tariffa protezionistica del 1887, che protegge le imprese nazionali dalla concorrenza estera, pone le premesse per l’evoluzione in senso industriale della vetreria Bormioli. All’inizio del Novecento l’impresa si affaccia sul mercato nazionale, vi lavorano un centinaio di addetti a tempo pieno, ha avviato una parziale meccanizzazione degli impianti e ha sostituito il carbone alla legna come fonte di energia. Viene progressivamente abbandonata la produzione delle stoviglie per concentrarsi su quella del vetro bianco di qualità, destinato a contenitori per profumi e medicinali, calici, vasi, servizi da tavola e da cancelleria. Nel 1903 la Bormioli lascia la vecchia sede urbana per insediarsi in un nuovo stabilimento alla periferia della città. Nel 1906 la società partecipa, con altre 17 imprese, alla creazione di un trust dei più importanti produttori nazionali di vetro bianco patrocinato dalla Banca commerciale italiana, la Società anonima cristallerie e vetrerie riunite, per regolare la concorrenza e i prezzi. L’operazione fallisce dopo pochi anni e nel 1913 la Bormioli riacquista la propria autonomia. Nel 1914 è un’impresa di medie dimensioni e conta circa 300 operai. Durante la Prima guerra mondiale la domanda generata dalle commesse della Sanità militare sostiene un notevole incremento della produzione, che ascende a 9.000 quintali nel 1918, rispetto ai 2.000 di inizio secolo. Nel 1921 viene edificato un secondo stabilimento. Alla fine degli anni Venti l’azienda è ormai uno dei marchi di spicco del mercato italiano.

 

Farmaci, profumi, cosmetici e articoli da tavola
La crisi colpisce duramente l’impresa. Nel 1932, però, il nuovo Amministratore unico, Rocco Bormioli, prende una serie di decisioni coraggiose, che pongono le basi per il risanamento e per una nuova espansione. Innanzi tutto trasforma l’impresa da una società di fatto a un’accomandita per azioni, con un capitale di 2 milioni di lire; poi concentra l’attività solo nella produzione di contenitori per la profumeria, la farmaceutica, l’industria alimentare e negli articoli per la tavola. Ma la scelta cruciale è quella di investire nell’innovazione tecnologica, procedendo all’acquisto all’estero di una nuova linea di macchinari che consentono la transizione definitiva dalla lavorazione manuale a quella semiautomatica. Nella seconda metà degli anni Trenta la società torna a generare utili (da 60.000 lire nel 1935 a 180.000 nel 1940), mentre il volume della produzione è pari a 35.000 quintali. Le materie prime importate dall’estero vengono sostituite con quelle autarchiche (quarzite dall’Istria e lignite dalla Toscana).
Nel dopoguerra il problema più delicato è quello derivante dall’eccesso di manodopera (1.000 unità nel 1947), che appesantisce i conti dell’azienda in una fase in cui il mercato stenta a ripartire. Si apre una durissima vertenza tra la proprietà e le maestranze, che culmina nell’occupazione dello stabilimento nel 1949. Finalmente, con la mediazione del Governo in un il conflitto sta lacerando la città, la Bormioli arriva a ridurre il numero degli occupati. Viene effettuata una ricapitalizzazione da 2 a 8 milioni di lire del capitale sociale con la partecipazione decisiva del finanziere Andrea Balestrieri. Grazie agli aiuti del “piano Marshall”, l’azienda viene dotata delle più moderne linee di produzione statunitensi. Inoltre vengono stretti accordi tecnici e di ricerca con altre vetrerie, nordamericane ed europee, per adeguare costantemente la tecnologia e generare innovazioni di prodotto e di processo specialmente nei settori della farmaceutica, della profumeria e della cosmesi. L’apertura del Mercato comune europeo è fondamentale per ampliare l’esportazione, mentre altre importanti aree di sbocco all’estero sono la Gran Bretagna, la Svezia, il Sudafrica, Israele e i Paesi del Medio Oriente. Negli anni Cinquanta si registra una crescita impressionante della produzione concentrata nel settore farmaceutico (140 milioni di pezzi su un totale di 303 milioni nel 1960), della profumeria e della cosmesi (120 milioni) e degli articoli da tavola. Nel 1966 la Bormioli conta 1.600 dipendenti e costituisce il complesso industriale più importante della provincia di Parma. Rocco Bormioli, nominato Cavaliere del lavoro nel 1960, cede la guida operativa dell’azienda al figlio Pier Luigi nel 1966.