Ministero per i beni e le attivita' culturali e per il turismo-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

Fiat

Operai al lavoro sulla linea di montaggio dell'auto Fiat modello 1100 all'interno dello stabilimento di Mirafiori, Torino 1956 (Archivio storico Fiat, Fiat Group Marketing & Corporate Communication Spa)

 
 

     Valletta perseguì la sua strategia in alleanza con personaggi di spicco dell’industria di Stato, ereditata dal fascismo e rilanciata nel dopoguerra, quali Enrico Mattei dell’Eni e Oscar Sinigaglia dell’Iri: acciaio, petrolio, benzina, macchine e autostrade per la motorizzazione di massa.
     Per far fronte alla crescente domanda di autovetture, tanto sul mercato italiano che su quello europeo, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta fu raddoppiato lo stabilimento di Mirafiori, e nel 1967 fu aperto il nuovo stabilimento di Rivalta. Nel 1965 si raggiunse la soglia del milione di automobili annue. Nel 1970 gli stabilimenti di Mirafiori e di Rivalta, assieme al vecchio Lingotto adibito alle produzioni di piccola serie, avrebbero fabbricato 1.419.000 autovetture. Ma sommando i marchi italiani nel frattempo acquisiti (Autobianchi e Lancia) e la produzione realizzata all’estero dalle società di possesso, controllate, collegate e produttrici su licenza, la produzione superava complessivamente i 2 milioni di vetture. I veicoli commerciali passarono dalle 11.000 unità dei primi anni Cinquanta alle 131.000 del 1970. I trattori, con i quali si realizzò la meccanizzazione dell’agricoltura italiana, aumentarono negli stessi anni dalle 4.500 alle 50.000 unità. La Fiat giunse a controllare, alla fine degli anni Sessanta, circa il 95 per cento della produzione italiana di autovetture. Quanto ai veicoli industriali, la quota della produzione nazionale realizzata dalla Fiat nel nuovo grande impianto della Spa sorto nel 1957 nelle vicinanze della Stura, si aggirava intorno al 50 per cento; ma aggiungendo la produzione realizzata dall’OM di Brescia (incorporata nell’Autobianchi nel 1967) la quota del gruppo Fiat arrivava all’80 per cento. Se oltre a questi dati si tiene conto del rilevante contributo degli stabilimenti della casa torinese alla produzione di grandi motori marini, di materiale ferroviario, di aerei, si può facilmente concludere che la Fiat divenne il nucleo propulsivo dell’intera economia del Paese. In una stagione straordinariamente positiva l’azienda ottenne importanti affermazioni in tutti i campi del trasporto, anche nelle più avanzate tecnologie aeronautiche, che consentirono al G91, costruito nel 1956, di vincere il concorso Nato per un caccia tattico.
 

Accordo per la realizzazione di un complesso produttivo a Togliattigrad: in primo piano, seduti, Aleksandr Tarasov e Vittorio Valletta; in secondo piano, tra gli altri, Gianni Agnelli, Torino (Archivio e centro storico Fiat, Fondo iconografico, Accordi, b. AC 5).

 
 

Il miracolo economico e la modernizzazione della società italiana indotta dalla rivoluzione dei consumi ebbero dunque la Fiat tra i massimi protagonisti. Unica grande impresa privata in Italia, la casa torinese, per le sue stesse dimensioni, fu in grado di creare e aggregare competenze tecniche, capacità organizzative e gestionali, di convogliare risorse umane e materiali mobilitandole in tutte le sfere qualificanti della modernità tecnologica e produttiva. Notevole fu il contributo diretto dell’azienda alla crescita dei redditi, anche nel mondo operaio, che poté finalmente accedere ai beni di consumo durevoli e al possesso dell’automobile. I dipendenti Fiat, negli anni del miracolo economico, godettero di condizioni retributive e prestazioni assistenziali decisamente superiori alla media. Grazie anche al potenziamento di questo complesso di iniziative a favore dei dipendenti, la gestione vallettiana sconfisse le componenti oppositive del sindacalismo e ottenne, tra i primi anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, una sostanziale pace sociale nelle fabbriche.

     Gli eccellenti risultati produttivi furono raggiunti grazie all’aumento della produttività del lavoro conseguente al progresso tecnico, ma anche con una straordinaria mobilitazione di uomini. I dipendenti dell’intero gruppo passarono da 72.000 nel 1951 a 182.000 nel 1971, di cui 36.000 impiegati e dirigenti. La Fiat arrivò così a occupare un terzo del totale degli addetti all’industria manifatturiera della provincia di Torino. Ma una quota ben maggiore dell’economia, della produzione e dell’occupazione dell’area metropolitana del capoluogo piemontese finì per ruotare attorno alla produzione automobilistica, che mobilitava parti considerevoli di settori merceologici assai differenti: dall’industria della gomma alle vernici, dalle materie plastiche alle macchine utensili.
     La grande espansione del dopoguerra fu utilizzata dalla Fiat per potenziare la propria presenza internazionale, che ebbe uno dei momenti più significativi nella realizzazione della fabbrica automobilistica di Togliattigrad in Unione Sovietica, concordata nel 1966 e portata a termine nel 1970. Nel 1966 si concluse l’era di Valletta, poco prima della sua morte (1967). Giovanni Agnelli, nipote del fondatore, assunse la presidenza della Fiat.