Ministero per i beni e le attivita' culturali e per il turismo-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

Lancia e C.

La Lancia "Lambda 1", 1922 (Archivio e centro storico Fiat, fondo Lancia).

 
 

Pilota e imprenditore
La società in nome collettivo Lancia e C. viene fondata a Torino il 29 novembre 1906 da Vincenzo Lancia, pilota della squadra corse Fiat, con un capitale di 100.000 lire, diviso in parti uguali con un altro socio, C. Fogolin, ex dipendente Fiat. Lancia rifugge però da qualsiasi velleità di competizione e comincia a progettare automobili relativamente veloci – con riguardo al rapporto peso-potenza – ma tradizionali, di buona qualità, affidabili e adatte ai lunghi percorsi. Con circa settanta dipendenti, l’azienda punta alle fasce medio-alte del mercato e le vetture prodotte ottengono una buona accoglienza in Italia e all’estero. Già nel 1911 Lancia trasferisce l’attività produttiva in uno stabilimento più grande, in via Monginevro (Borgo S. Paolo, alla periferia di Torino), che occupa 390 operai. Nei primi due anni di lavoro, dagli impianti di via Monginevro escono cinque diversi modelli di automobile, oltre allo chassis dell’autocarro leggero 1Z fornito all’esercito italiano per la guerra di Libia. Tra il 1912 e il 1913 la Lancia punta a uniformare i criteri della produzione e realizza la Theta, il cui motore da 4.940 cm3 è pensato per una macchina elegante e pratica (realizzata in versioni limousine e torpedo), ma anche per essere montato su un carro armato e su un camion.
Durante la Prima guerra mondiale il contributo dell’azienda allo sforzo bellico è però limitato: dalla Lancia escono solo 3.000 unità fra autocarri e autovetture, mentre l’industria automobilistica italiana produce complessivamente 80.300 veicoli, e la Fiat, da sola, 56.000.
Nel dopoguerra Lancia resta da solo al comando dell’azienda dopo il ritiro del socio e deve affrontare un periodo di incertezze: nel 1919 l’impresa chiude il suo primo bilancio in perdita. Lancia ha però evitato quella eccessiva espansione – con sovradimensionamento degli impianti e diversificazione – che segna, durante la Prima guerra mondiale, la crescita delle altre imprese del settore: la Lancia non subisce quindi i drammatici contraccolpi di riconversione e il quadriennio 1919-22, pur segnato da una forte instabilità della domanda, vede il ritorno dell’azienda all’utile. L’impresa ha quindi un ruolo da protagonista nel rinnovamento dell’automobilismo nazionale nei primi anni Venti, insieme con la Isotta Fraschini e l’Alfa Romeo – nel segmento delle vetture di lusso – e la Fiat, nel gruppo dei veicoli di minore cilindrata.
La prima automobile veramente innovativa, progettata e prodotta, dalla Lancia è però la Lambda del 1922, con un motore a 4 cilindri, l’avantreno a ruote indipendenti, ma soprattutto la scocca portante: è la prima auto al mondo realizzata con la fusione fra carrozzeria e telaio, che dimezza il peso della vettura rispetto a modelli della stessa cilindrata e offre una elevata resistenza agli urti.

 

La Lancia "Dilambda 227", 1928-1933 (Archivio e centro storico Fiat, fondo Lancia).

 
 

Utilitarie di lusso
Con la Lambda, l’azienda mette sul mercato un’automobile “media”, di alta classe, in grado di fornire prestazioni d’eccezione a un prezzo (35.000 lire) non troppo superiore a quello di modelli ben più spartani come la Fiat 501. La Lambda farà la fortuna dell’azienda: negli anni Venti ne vengono venduti 13.000 esemplari. La Lancia prosegue nella sua prudente strategia anche nel periodo successivo, presente in tutti i segmenti del mercato automobilistico con modelli di qualità migliore rispetto alla “quasi monopolista” Fiat. In questo periodo l’impresa immette sul mercato cinque nuove vetture: un modello di lusso di alta cilindrata, la Dilambda, nel 1929; due anni dopo l’Astura e l’Artena per la fascia medio-alta, distinte solo per la diversa dimensione del motore (8 cilindri la prima, 4 la seconda); una raffinata “utilitaria”, l’Augusta, nel 1932; una macchina veloce di media cilindrata, l’aerodinamica Aprilia, nel 1937.
La Fiat negli anni Venti e Trenta arriva a controllare una quota del mercato automobilistico italiano che sfiora il 90%; all’inizio degli anni Trenta la Lancia toglie però alla Bianchi la seconda posizione fra le imprese automobilistiche italiane, e copre alla fine del decennio il 9% del mercato nazionale, con 5.000 dipendenti e una produzione annua di 6.262 vetture. L’azienda persegue una strategia di differenziazione e distinzione sul piano della qualità, l’unica che le consente di sopravvivere di fronte alla politica della produzione di massa secondo il modello fordista che impegna invece la Fiat, in un mercato nazionale che resta comunque modesto: nel 1938, a fronte di 7 veicoli su 1.000 abitanti circolanti in Italia, si registrano i 18 della Germania, i 43 della Francia, i 44 della Gran Bretagna e i 114 negli Stati Uniti.
Anche la Lancia soffre la crisi degli anni Trenta; i buoni rapporti con il Regime fascista e con Mussolini – che in campo automobilistico non nasconde la sua preferenza per le vetture prodotte dalla Lancia e dall’Alfa Romeo, rispetto alle Fiat – garantiscono, a partire dalla metà degli anni Trenta, un consistente aumento delle commesse pubbliche, soprattutto quelle di camion militari in concomitanza con la guerra di Etiopia, che rappresentano il 50% del fatturato della società nella seconda metà del decennio. Sulla carta appare come un ottimo affare, che costringe però Vincenzo Lancia ad aprire, su comando di Mussolini, un nuovo stabilimento a Bolzano, del tutto scollegato dall’originario centro produttivo dell’impresa localizzato a Torino.