Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

Filoni di ricerca (Soprintendenza archivistica per la Sardegna, Iglesias, 2004)

Relazione del presidente Paolo Antonio Nicolaj al consiglio d'amministrazione della Societa' Monteponi sul suo soggiorno presso l'omonima miniera, da giugno ad ottobre 1850 (Comune di Iglesias, fondo Monteponi Montevecchio, Amministrazione generale, 7)

 
 

Lavoro e salute: Il lavoro delle donne e dei bambini
a cura di Claudia Campanella

La fatica di donne e fanciulli in settori lavorativi disagevoli e pericolosi è stata sempre figlia del bisogno. Oggi nelle società sviluppate il lavoro femminile é considerato un diritto e quello minorile un abominio inaccettabile, ma nei paesi poveri sappiamo che, purtroppo, lo sfruttamento della manodopera tuttora non ha limiti.
L'ingresso muliebre alla Monteponi fin dai primi mesi di attività è testimoniato da una relazione del Presidente al Consiglio di Amministrazione della Società, datata dicembre 1850. Vi si illustra la convenienza di una scelta che impiega al meglio, e con notevole risparmio sulla paga, le qualità di “diligenza e pazienza” delle donne nel lavoro di cernita dei minerali, evitando così di distogliere dagli scavi la forza muscolare di un certo numero di maschi.
In effetti le donne e i minori, nelle miniere iglesienti, lavorano soprattutto nelle laverie esterne, così dette perché attraverso una serie di operazioni, prima solo manuali e poi con l'aiuto di macchinari, vi si "lava" il minerale, liberandolo da tutti i materiali estranei che lo inglobano. A tal fine servono mani piccole ed agili, vista buona ed attenzione pronta. Ma i blocchi di grezzo vanno anche trasportati, dopo una prima grossolana cernita, dall'esterno all'interno delle laverie in ceste, sacchi (il cui peso può raggiungere gli 80 chili) e su bardelle di legno. Le ripercussioni sull'apparato riproduttivo delle donne e sullo sviluppo osseo dei ragazzi sono gravi.
Fino ai primi decenni del XX secolo le leggi a tutela dei lavoratori non sono molto avanzate, né i controlli in merito molto severi. La prima legge mineraria (1859), si limita a proibire il lavoro nei pozzi ai minori di 10 anni, sotto pena di un'ammenda pecuniaria. Nel 1886 il limite minimo d'età per essere impiegati, non nel sottosuolo, è stabilito a 9 anni (!) ma si istituisce l'obbligo di una visita medica preventiva e si cominciano a classificare gli ambiti insalubri e pericolosi (tra cui lo scavo e l'estrazione dei minerali) ai quali è assolutamente vietato ammettere i minori di 15 anni. La prima legge che tutela insieme l'impiego di donne e bambini è del 1902. Nasce per essi l'obbligo del libretto di lavoro e per i padroni quello di adottare negli opifici dei regolamenti interni atti, fra l'altro, a garantire l'igiene, la sicurezza e la moralità. L'ingresso nel mondo del lavoro è subordinato, per i fanciulli, al superamento del primo ciclo d'istruzione elementare: lo Stato si preoccupa, in qualche modo, di combattere l'analfabetismo. Una legislazione abbastanza soddisfacente a tutela della maternità delle lavoratrici si avrà solo negli anni ’30, nel frattempo le operaie che se lo possono permettere tendono ad abbandonare la miniera  quando si sposano.

 

Promemoria relativo ai documenti consegnati al conte Baudi di Vesme e alle incombenze da sbrigare per Monteponi, 10 agosto 1856 (Comune di Iglesias, fondo Monteponi Montevecchio, Amministrazione generale, n.2)

 
 

La vita in superficie: problemi quotidiani
a cura di Antonella Palomba

A partire dalla metà dell'Ottocento l'attività mineraria isolana si avvia verso una rapida industrializzazione ad opera di vari imprenditori italiani ed esteri, i quali inizialmente utilizzano maestranze specializzate straniere e affidano ai sardi compiti di manovalanza e di supporto alla miniera. Molti di questi lavoranti provengono dal mondo contadino, ma si adattano rapidamente alla nuova attività, che assicura loro una paga certa e più elevata di quella che percepivano come braccianti agricoli.
Nei primi tempi questi "neominatori" vivono in capanne di frasche e solo in seguito vengono sistemati, come gli operai continentali, in abitazioni modeste, edificate su iniziativa delle Società con criteri diversi a seconda che debbano ospitare scapoli o famiglie. Le prime sono grandi ambienti adibiti a dormitori, con annessi i vani per il refettorio e la cucina; le seconde constano di un solo ambiente per i piccoli nuclei, mentre quelle per le famiglie più numerose prevedono anche quattro vani. I servizi igienici si trovano all'interno delle case o all'esterno, in posizione riservata.
Nel complesso, comunque, i villaggi minerari, sorti senza alcun disegno urbanistico e architettonico, non offrono i requisiti sufficienti per l'igiene e la decenza: mancano, infatti, le fognature ed i canali di spurgo, e le strade sono quasi impraticabili; inoltre sono mal collegati con i paesi più vicini e ciò costringe gli operai a ricorrere agli spacci aziendali per i generi di prima necessità, i cui prezzi sono stabiliti dalle stesse Società. Tali spacci, detti cantine, in sostanza rappresentano un sistema per sottomettere le famiglie ad un regime di monopolio.
Nell'alimentazione dei minatori è frequente il consumo di minestre con legumi, abbondante quello del pane con i companatici più comuni, abituale l'uso del lardo e dell'olio d'oliva. Sulle loro tavole il pesce fresco compare raramente, mentre quello salato è un cibo usuale. La carne è un lusso riservato ai soli giorni festivi, durante i quali anche il consumo del vino subisce un'impennata.
Il grigiore della loro vita si attenua durante i turni di riposo, che servono inizialmente per ricongiungersi alla famiglia, rifornirsi di cibo e, se coincidono con le domeniche, per praticare i precetti religiosi.
Occasione di evasione dalla pesante routine è per le maestranze la festa di s. Barbara, cui si affiancano quella tutta laica del 1° maggio e l'abitudine di festeggiare il giorno di paga, inteso come momento di abbondanza in un'esistenza che non lesina fatiche e sacrifici.
Solo col tempo e grazie alla politica sociale di alcuni illuminati direttori, si registrano nei villaggi minerari — che si dotano di scuole, asili, istituti di soccorso, centri ricreativi e sportivi — condizioni di vita più umane e dignitose.