Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

MARTINOLI, Gino

Manifesto istituzionale dell'azienda Olivetti con macchina per scrivere modello MP1. Sullo sfondo le Officine ICO di Ivrea, dopo l'ampliamento, realizzato su disegno di Luigi Figini e Gino Pollini, della originaria fabbrica in mattoni rossi progettata da Camillo Olivetti, 1935 (Associazione archivio storico Olivetti, Fondo Olivetti)

 
 

Firenze, 19 marzo 1901 - Ivrea, 25 dicembre 1996

Figlio di Giuseppe Levi, discendente di una famiglia della borghesia ebraica triestina, scienziato e medico anatomista, e di Lidia Tanzi; i genitori, oltre a Gino (che cambierà il cognome Levi con quello di Martinoli in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali, nel 1938), avevano altri quattro figli: Paola (che sarà la prima moglie di Adriano Olivetti), Mario, Alberto e Natalia, che diventerà scrittrice, nota con il cognome del marito, Ginzburg.

Terminato il liceo, Martinoli si iscrive al corso di studi in chimica industriale del Politecnico di Torino, dove conosce Adriano Olivetti, con il quale instaura un rapporto di amicizia duraturo. Dopo la laurea, nel 1924 Camillo Olivetti, padre dell'amico Adriano, proprietario dell’omonima fabbrica di macchine per scrivere e amico di famiglia dei Levi – anche in virtù della fede socialista che lo accomuna a Giuseppe Levi –, propone al giovane Martinoli un impiego come operaio apprendista. Accettata l’offerta, Martinoli si trasferisce a Ivrea, e rimarrà alla Olivetti fino alla fine del secondo conflitto mondiale, portando a termine la sua formazione e affrontando la prima di una lunga sequenza di esperienze al massimo livello dirigenziale in diverse imprese, private e pubbliche.
A Ivrea Martinoli si trova a operare in un’azienda in fase di trasformazione: Camillo Olivetti, progettando di dare vita a quella che sarebbe divenuta la Officina meccanica Olivetti (OMO) destinata a produrre in proprio le macchine utensili necessarie alla fabbrica, inserisce nell’organico i primi ingegneri, mentre il figlio Adriano compie un viaggio di aggiornamento negli Stati Uniti.
 

Immagine pubblicitaria della macchina per scrivere MP1, voluta da Adriano Olivetti e Gino Martinoli e progettata da Riccardo Levi nel 1939. (Associazione archivio storico Olivetti, Fondo Olivetti, Documentazione societa')

 
 

Nel quadro del piano di ristrutturazione dell’azienda successivo a quel viaggio, nel 1932 Martinoli è nominato direttore tecnico della Ing. Camillo Olivetti & C., divenuta società anonima, di cui Adriano Olivetti ha assunto la direzione generale. Martinoli si trova quindi a dirigere il processo di ristrutturazione produttiva dell'impresa, orientato a introdurre sistemi di organizzazione scientifica del lavoro e ad avviare i processi di produzione in serie.

Vengono allora introdotti nuovi sistemi di studio scientifico delle mansioni, un nuovo sistema di incentivi e un nuovo metodo di calcolo dei tempi di lavoro. Tali cambiamenti, basilari per il successo della Olivetti negli anni Trenta e Quaranta, portano a ridurre di circa un terzo i tempi di montaggio delle macchine per scrivere, dando vita a routines che facilitano il collegamento tra la produzione e il settore commerciale dell'impresa.
Antifascista come tutta la sua famiglia – i fratelli Mario e Alberto avevano subito procedimenti penali per la loro partecipazione al movimento di Giustizia e libertà -, Martinoli viene arrestato e ammonito nel corso del 1934, ma rimane a Ivrea, continuando a lavorare in fabbrica. Nel 1944 la situazione precipita e Adriano Olivetti deve rifugiarsi in Svizzera: Martinoli resta alla guida dell'impresa con altri due dirigenti, G. Pero e G. Enriques. La fabbrica è dichiarata dai tedeschi «stabilimento protetto», in quanto produce materiale utile al Reich, e sotto la direzione di Martinoli ed Enriques (entrambi membri del Comitato di liberazione nazionale, CLN) diventa il centro della resistenza di Ivrea: al suo interno si provvede al vettovagliamento per la popolazione locale, al reperimento di armi, a mantenere i contatti con le formazioni partigiane di stanza sulle montagne circostanti, a garantire rifugio agli antifascisti e a stampare clandestinamente i lasciapassare tedeschi. Nel gennaio 1945, quando il comando tedesco di Vercelli decide di minare la fabbrica, i due dirigenti riescono a ritardare il provvedimento, salvando lo stabilimento dalla distruzione e conservando integra la sua capacità produttiva.