Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

MAZZOTTI BIANCINELLI, Lodovico

Chiari (Brescia), 21 giugno 1870 - Milano, 26 giugno 1933

Nasce in una famiglia di antica nobiltà bresciana, i Mazzotti, mentre il cognome del nonno materno, Biancinelli, verrà aggiunto nel 1880. 
 
Da nobile a speculatore di Borsa
Laureatosi in Giurisprudenza e insoddisfatto della vita di gentiluomo di campagna, utilizza il cospicuo patrimonio familiare – che include le estese proprietà terriere portategli in dote dalla moglie, la contessa Lucrezia Faglia – per investire nel settore finanziario e in quello industriale. Nel 1900 costituisce insieme a Giuseppe Ferri una società in nome collettivo con sede a Milano sotto la ragione sociale Mazzotti e Ferri, che inizia ad operare come commissionaria per l’acquisto e la vendita di titoli in Borsa in stretto rapporto con la Banca Commerciale italiana (Comit). Nel 1904 la società viene sciolta e liquidata dallo stesso Mazzotti, che però mantiene e rafforza i legami con la Comit. L’istituto bancario lo nomina infatti proprio rappresentante presso la Borsa di Milano, istituzione di cui viene nominato presidente nel 1909, nonostante proprio nello stesso anno venga processato, pur venendo assolto, per aggiotaggio.
Per controbilanciare i rischi derivanti dagli investimenti finanziari e immobiliari, attua nel corso dei primi decenni del Novecento una strategia di acquisizione di proprietà terriere nel Bergamasco, nell’alta pianura bresciana e in varie altre province italiane. L’operazione più importante viene effettuata nel 1910, quando acquisisce la Società anonima agricola-industriale La Codigoro, con un patrimonio di circa 2500 ettari nella zona del Ferrarese, per la maggior parte piantagioni di barbabietole da zucchero. Di pari passo con l’ascesa imprenditoriale aumenta fra gli anni Dieci e Venti il prestigio pubblico di Mazzotti: nel 1913 viene nominato Cavaliere del Lavoro, e successivamente Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia, mentre nel 1928 gli verrà concesso il titolo di conte per meriti economici. 
Forti, nonostante il trasferimento della residenza principale a Milano, rimangono i legami con la città natale, Chiari, della quale è consigliere comunale dal 1909 al 1917, mentre dal 1910 al 1925 ricopre la carica di vicepresidente e dal 1925 al 1933 quella di presidente della locale Banca popolare. Sempre a Chiari avvia nel 1911 la costruzione di Villa Mazzotti, edificio progettato dall’architetto Antonio Vandone, uno dei maggiori esponenti del Liberty italiano. Il complesso, valutato al termine della sua costruzione nel 1919 alcune decine di milioni di lire, si estende su una superficie di 10 ettari, mentre la sola villa padronale si articola in oltre ottanta stanze.
 
 
L’alleanza con Max Bondi: dall’Ilva alla Bastogi
Negli anni precedenti la prima guerra mondiale Mazzotti è protagonista di spregiudicate  operazioni finanziarie, in cui spesso il suo nome è associato a quello di Max Bondi, di cui è uno dei principali alleati. Nel 1910 entra nel consiglio di amministrazione dell’Ilva, una delle maggiori società siderurgiche italiane, controllata in quel momento dalla famiglia Odero,  e ne favorisce nel 1917 la scalata da parte della Società anonima degli alti forni e fonderia di Piombino del gruppo Bondi, preludio alla nascita di una nuova società, denominata Ilva Altiforni e acciaierie d’Italia, che incorpora nel 1918 quasi tutte le più importanti imprese siderurgiche italiane. Sempre durante il primo conflitto mondiale fa il suo ingresso nel consiglio della Società adriatica di elettricità (SADE) e in quello della Tubi Togni di Brescia, due delle imprese in cui ha acquisito quote di partecipazione; fra le altre si annoverano la Società elettrica Milani, il Cotonificio veneziano, la Società elettrica Riviera di Ponente, le Fabbriche italiane materie coloranti Bonelli, il Cotonificio Turati e le Officine meccaniche italiane. 
Fra il 1918 e il 1919 è di nuovo al fianco di Bondi, prima nel tentativo fallito di acquisire i pacchetti di controllo della maggiore impresa elettrica italiana la Edison, e poi nella scalata, questa volta coronata dal successo, alla Bastogi, la più importante società finanziaria del paese, di cui diventa anche consigliere di amministrazione. Nella tarda primavera del 1920 un tracollo borsistico segna però il collasso del gruppo Bondi. L’Ilva diventa proprietà delle banche creditrici – la Comit e il Credito Italiano – che sanciscono l’allontanamento di Bondi e Mazzotti, estromessi anche dalla dirigenza della Bastogi. La defenestrazione dall’Ilva e la normativa maggiormente restrittiva sulle operazioni di Borsa voluta dal nuovo ministro delle Finanze Alberto De Stefani lo spingono, a partire dalla metà degli anni Venti, a tornare ad investire con rinnovato vigore nel mercato immobiliare, acquisendo partecipazioni in diverse società del settore: la Aedes e l’Immobiliare Cordusio di Milano, la Urbs di Roma e la Società anonima per le bonifiche pontine.