Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

AGNELLI, Giovanni (Gianni)

Da sinistra, Vittorio Valletta, Gaudenzio Bono, Giovanni Nasi, Gianni Agnelli negli anni Sessanta (Archivio e centro storico Fiat, Archivio iconografico).

 
 

Dall’autunno caldo all’accordo del 1975
La stagione inaugurata con l’“autunno caldo” alla fine degli anni Sessanta investe con tutta la sua forza la Fiat. Nel 1969 – l’anno in cui l’azienda torinese incorpora la Lancia e assume il controllo della Ferrari – la perdita produttiva è elevata e gli utili molto inferiori rispetto all’anno precedente. Il livello degli scontri doveva mantenersi elevato fino al 1980 e, per un decennio, l’andamento dei profitti della Fiat si mostra altalenante, mentre gli investimenti assorbono sempre più ingenti risorse finanziarie, con la conseguenza di aumentare l’indebitamento. Si registrano quindi in questa fase pesanti contraccolpi sulla ricerca di un nuovo assetto per la Fiat, che complicano l’individuazione di nuove configurazioni organizzative e segnano la redditività dell’impresa in un momento in cui sta sperimentando percorsi inediti di espansione all’estero.
Presidente della Confindustria per un biennio, dal 1974 al 1976, Agnelli mostra crescente autorevolezza e riceve la definitiva consacrazione come uno dei personaggi pubblici più in vista della Repubblica. Nei primi anni Settanta avalla il progetto di un “patto dei produttori”, una sorta di alleanza fra i soggetti sociali animatori dello sviluppo industriale nella lotta alle numerose rendite di posizione che affliggono l’economia italiana e ne rendono precaria la modernità. Il 25 gennaio 1975 Agnelli sigla un accordo, largamente ricettivo delle tesi sindacali, che ha vastissima risonanza: l’intesa prevede di unificare il punto di contingenza rivalutandolo al livello più alto e sottoscrivendo così il principio della massima copertura possibile contro l’inflazione per tutti i lavoratori. Nelle parole del presidente della Fiat, capitale e lavoro condividono così «l’obiettivo […] di migliorare la capacità produttiva della società italiana».
L’accordo sulla scala mobile del 1975 non tiene conto delle preoccupazioni per l’andamento economico del Paese, già reso precario dalla crisi, e raccoglie subito numerose critiche per i risvolti negativi in termini di investimenti e indebitamento delle imprese, esportazioni, potenziale inflazionistico dirompente (fra i critici più accesi sono il Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, l’economista Franco Modigliani, Ugo La Malfa, Vicepresidente del Consiglio). Nonostante i contrasti acuti sulla questione della contingenza salariale, l’autorevolezza di Agnelli presso l’opinione pubblica è indubbia; la prospettiva di un impegno politico dell’“Avvocato” non ha però esito.

 

Gianni Agnelli. Sullo sfondo lo stabilimento Fiat Mirafiori, Torino, 1970 ca. (Archivio e centro storico Fiat, Archivio iconografico).

 
 

Tra la Libia e gli Stati Uniti
Alla fine del 1976 Agnelli annuncia l’accordo con la Lybian Arab Foreign Investment Company (Lafico) – di fatto con il governo di Tripoli di Muhammar Gheddafi – che desta grande scalpore negli ambienti finanziari e politici, in Italia e all’estero (Lafico sottoscrive un aumento di capitale della Fiat pari al 9,7%). A indirizzare i capitali libici in direzione di Torino erano stati, prima, André Meyer e Lazard e, poi, fino alla conclusione della trattativa, Enrico Cuccia e Mediobanca. Agnelli interpreta allora la “questione libica” come una buona opportunità sotto il profilo finanziario e punta a conservare ottimi rapporti con gli Stati Uniti (in particolare con Henry Kissinger), in modo da rassicurarne la diplomazia e l’opinione pubblica. Solo alla metà del decennio Ottanta, grazie a una complicata operazione finanziaria architettata da Cuccia, la Fiat può ricomprare le azioni dalla Lafico, mentre entrano a far parte del patrimonio Fiat la Toro Assicurazioni e La Rinascente, già in precedenza sotto il controllo finanziario della famiglia Agnelli.
Lo scorcio finale degli anni Settanta è drammaticamente segnato, anche alla Fiat, dalle azioni dei gruppi terroristici, che contribuiscono ad accentuare il disordine dell’organizzazione produttiva. Il clima aziendale precipita nel 1979-1980: dopo episodi di inaudita violenza, la dirigenza della Fiat, nella persona di Cesare Romiti, si fa carico dell’offensiva manageriale di normalizzazione dell’attività di fabbrica: il sindacato unitario dei metalmeccanici esce sconfitto dopo una lunga vertenza, mentre l’impresa comincia a recuperare efficienza e redditività in un clima di coesione del sistema aziendale che ha come protagonisti quadri intermedi, impiegati e anche operai (la celebre “marcia dei quarantamila” a Torino nell’autunno del 1980). Agnelli non interviene in prima persona, ma avalla le scelte dell’Amministratore delegato unico, cui affianca, per quanto riguarda la responsabilità di gestione della Fiat Auto, Vittorio Ghidella. Questi è l’artefice del rilancio della produzione automobilistica della Fiat grazie al fortunato modello Uno (1983), l’utilitaria che fa guadagnare posizioni di mercato alla casa torinese, al punto di disputare il primato europeo alla tedesca Volkswagen.
Ormai sessantenne, Agnelli appare a tutti come una delle personalità dominanti della politica, dell’economia e della società dell’Italia di fine secolo: l’“Avvocato” ha frequentazioni internazionali ma è esponente del capitalismo privato ancora totalmente identificato con la Fiat, è editore del quotidiano torinese «La Stampa», proprietario della Juventus e commentatore ricercato dalla stampa nazionale. La consacrazione pubblica definitiva viene dalla nomina a Senatore a vita nel 1991.
Nella diarchia fra Agnelli e Romiti, l’apporto del primo era limitato alla funzione dell’azionista, mentre la definizione delle linee strategiche era assicurata dall’Amministratore delegato del gruppo Fiat, rafforzato dal sostegno di Cuccia e di Mediobanca. I compiti di Umberto Agnelli erano invece svolti negli enti finanziari di famiglia, Ifi e Ifil, tali da preservare sia la compattezza della quota azionaria della Fiat detenuta dalla famiglia, sia un principio di continuità dinastica.