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Servizio Archivistico Nazionale

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BENNI, Antonio Stefano

Il “patto di Palazzo Chigi”
Due mesi dopo la marcia su Roma, Benni è eletto Presidente della Confederazione generale dell’industria (Confindustria), organismo che egli stesso aveva contribuito a fondare nel 1919. Segretario generale della stessa organizzazione è, in quegli anni, Gino Olivetti.
Il decennio durante il quale Benni presiede la Confindustria vede la progressiva fascistizzazione dello Stato, con la piena adesione di gran parte del mondo imprenditoriale al Regime. Nel luglio 1923 Benni partecipa ai lavori del Gran Consiglio del Fascismo per esporre il punto di vista confindustriale sul progetto corporativo e i relativi problemi sindacali: il “patto di Palazzo Chigi” stipulato a dicembre fra la Confindustria e i sindacali fascisti è il frutto della mediazione fra Benni e Mussolini: in cambio dell’appoggio degli industriali al governo, Benni ottiene da Mussolini l’impegno a non attuare il sindacalismo integrale.
Alle elezioni della primavera 1924 Benni è nuovamente eletto deputato nel “listone” governativo-fascista.
Pochi mesi dopo, nel corso della grave crisi seguita al delitto Matteotti, gli ambienti industriali nazionali manifestano non poche perplessità verso il fascismo e Benni presenta a Mussolini, nell’agosto, un memoriale firmato con altri industriali che avanza la richiesta di “normalizzazione” della vita politica. La situazione non lo induce comunque a ritirare in parlamento la sua adesione al governo Mussolini.
 

 

Gli oppositori dentro il Regime
Il 2 ottobre 1925 il Presidente della Confindustria sigla un nuovo accordo con le corporazioni fasciste: il “patto di Palazzo Vidoni”. Alla fine dell’anno la Confindustria assume ufficialmente l’appellativo di “fascista” e i suoi dirigenti, compreso Benni, diventano membri del partito al potere. Nella sua qualità di Presidente della Confindustria Benni entra anche a far parte del Gran Consiglio del Fascismo. Le affermazioni di fede fascista e di totale fiducia nel governo Mussolini da parte di Benni sono da allora in poi numerose, nonostante alcuni punti di critica, che non diventano però manifestazioni di dissenso. Benni non approva infatti la politica di rivalutazione della lira (“quota 90”) voluta da Mussolini nel 1926; le più impegnative polemiche deve però indirizzarle ancora una volta al dibattito che si riaccende intorno alla questione corporativa. Proprio la grande crisi economica mondiale conferisce nuovo vigore a quelle correnti che vedono nello stato corporativo la piena attuazione dell’idea fascista. I suoi oppositori gli rimproverano anche di occupare rilevanti cariche pubbliche, pur rimanendo a capo di una grande impresa industriale (la Marelli). Nel dicembre del 1933 il Governo fascista impone quindi l’allontanamento di Benni dalla Presidenza della Confindustria: Benni stesso, nelle sue memorie, spiega il fatto riferendosi all’opposizione da lui sempre manifestata verso lo Stato corporativo. Tuttavia il suo allontanamento dalla Presidenza confederale e dal Gran Consiglio non comporta anche la sconfitta delle sue tesi: al contrario, saranno proprio i sostenitori del corporativismo integrale a dover rinunciare definitivamente ai loro disegni.