Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

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Opportunità dalla guerra
In quell’anno, il patrimonio dei Bondi è ripartito in diverse partecipazioni industriali oltre a quelle siderurgiche, le più importanti delle quali sono rivelate dalla presenza dei membri della famiglia nei consigli d’amministrazione: in primo piano è Max Bondi, quale presidente della Società toscana di industrie agricole e minerarie di Firenze e della sarda Società Nurra; consigliere d’amministrazione delle Miniere di Cogne, delle Officine meccaniche italiane di Reggio Emilia, della Società romana per la fabbricazione dello zucchero, della Società Eridania di Genova, del Lanificio Carminati di Milano e Amministratore delegato della Società industriale italiana di Genova. Il padre Vittorio è presidente della Società esercente la Raffineria Lebaudy Frères e consigliere della Società generale immobiliare di Roma; infine lo zio Camillo conserva la carica di consigliere della Manifattura di Signa.
La congiuntura bellica offre nuove opportunità. Nel campo della produzione di guerra i Bondi partecipano alla Società per la fabbricazione delle munizioni di guerra e alla Sigma (Società italiana generale per le munizioni ed armi) e, prima di esser posta in liquidazione volontaria nel luglio del 1917, la ditta Bondi ricava cospicui guadagni dal commercio delle materie prime (carbone e metalli). In realtà, i problemi e i difetti di fondo della siderurgia italiana non sono mutati: l’eccezionale e urgente domanda provocata dalla guerra, la ricerca di appoggio politico e governativo agli indirizzi industriali, e la facilità dei profitti, causano la rottura dell’equilibrio consortile definito nel 1911 e rendono ancora più accanite le precedenti rivalità.

 

Alla guida dell’Ilva
Max Bondi, che nel frattempo ha assunto la gestione del patrimonio paterno, durante la guerra – tra il 1917 e il 1918 – avvia una serie di spregiudicate iniziative che sono al centro di movimenti speculativi e di ripetuti turbamenti del mercato italiano dei valori industriali. Nel 1917 tenta l’ingresso nel consiglio d’amministrazione della Terni; sempre tra il 1917 e il 1918 cerca di ottenere i pacchetti di controllo della maggiore società finanziaria italiana, la Società strade ferrate meridionali, e della maggiore società elettrica, la Edison. Effettua anche trasferimenti internazionali di valori mobiliari, suscitando i sospetti del Governo francese e del Comando supremo italiano, che promuovono un’indagine sulle sue attività; viene perfino implicato in denunce di spionaggio. Nel 1918 Max Bondi assume il controllo e la direzione dell’Ilva e procede alla creazione di una larga concentrazione in vista di un vasto programma industriale da attuare nel dopoguerra. La Piombino cambia la ragione sociale in Ilva altiforni e acciaierie d’Italia e incorpora la precedente Ilva, la Ferriere Italiane, la Siderurgica di Savona e la Ligure metallurgica, mentre l’Elba rimane collegata all’Ilva di Bondi attraverso gli accordi del Consorzio, che non viene sciolto. Max Bondi è eletto deputato alla Camera nel 1919, nella lista che associa i radicali e i combattenti; chiederà poi di far parte del gruppo socialista autonomo.
La direzione del nuovo complesso unico creato da Bondi non mira tanto al coordinamento e alla razionalizzazione dell’attività, quanto a espandere il controllo industriale e finanziario della società a numerose imprese meccaniche, armatoriali, cantieristiche, minerarie, elettriche, in modo smisurato ed eterogeneo rispetto alle esigenze di integrazione verticale della capogruppo siderurgica. Tra il 1920 e il 1921 lo squilibrio di fondo tra gli impegni assunti dall’Ilva guidata da Bondi e le sue reali possibilità finanziarie è reso evidente dal crollo dei corsi azionari, dall’arresto di numerose produzioni, dalle stesse richieste dello Stato di pagamento dei sopraprofitti di guerra.
L’Ilva di Bondi passa così sotto la proprietà delle creditrici Banca commerciale italiana e Credito italiano: la società è riorganizzata e la sua attività limitata alla sola produzione siderurgica. Max Bondi viene sottoposto a inchieste giudiziarie e fiscali, a causa delle scorrettezze della sua attività speculativa. Nonostante ciò egli tenta ancora di conquistare ambiziose posizioni sul mercato finanziario e industriale con l’accaparramento di pacchetti azionari di controllo di nuove società, pur non disponendo di capitali sufficienti, attraverso una fitta rete di impegni e di dilazioni di pagamento. Nel novembre del 1925 Bondi lascia l’Italia: si reca prima a Parigi, poi a Londra e in seguito a Berlino; da qui, per sfuggire a un mandato di cattura, ripara in Norvegia, Paese che non prevede l’estradizione. La liquidazione del suo fallimento accerta un attivo di 30 milioni di lire contro un passivo di 100 milioni. Non sono noti il luogo e la data della sua morte.

Risorse archivistiche e bibliografiche
In mancanza di biografie dei Bondi e monografie sulla loro presenza nella siderurgia e nella speculazione finanziaria italiana, la fonte di riferimento rimane F. Bonelli - M. Barsali, Bondi, Massimo, in DBI, XI, 1969. Sulla società Piombino e sull’Ilva negli anni di Bondi, si vedano: ILVA alti forni e acciaierie d’Italia, 1897-1947, Bergamo, Istituto italiano d’arti grafiche, 1948; A. Carparelli, I perché di una “mezza siderurgia”. La società Ilva, l’industria della ghisa e il ciclo integrale negli anni Venti, in Acciaio per l’industrializzazione, a cura di F. Bonelli, Torino, Einaudi, 1982, pp. 5-158.