Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

BRUSTIO, Umberto

Il Vate e La Rinascente
Brustio entra nel Consiglio d’amministrazione nel giugno del 1919, assumendo in ottobre la carica di Amministratore delegato con l’incarico di ristrutturare l’azienda dalle fondamenta, in particolare sul versante commerciale. I primi due anni della sua gestione danno risultati lusinghieri: nel marzo del 1921 viene riaperta con grande successo la sede di piazza del Duomo, che era andata distrutta a causa di un incendio nella notte fra il 24 e il 25 dicembre 1918; l’accattivante denominazione della nuova società – La Rinascente – è conferita da Gabriele D’Annunzio.
Diventa tuttavia ben presto evidente la necessità di affrontare una contraddizione visibile sin dalla nascita dell’impresa: il conflitto fra le sue autonome esigenze e i diversi interessi rappresentati nell’assetto della proprietà. Nel 1921 La Rinascente è controllata – oltre che da Senatore Borletti e dai suoi familiari –, dalla Banca commerciale, subentrata alla Banca italiana di sconto pochi mesi dopo la fondazione, e da un gruppo di industriali e commercianti all’ingrosso interessati all’azienda soprattutto in quanto acquirente dei loro prodotti. Mentre l’azionista-banchiere mostra scarsa comprensione per i tempi lunghi necessari all’Amministratore delegato per rendere La Rinascente una società dalla quale sia possibile ricavare buoni dividendi, gli azionisti-fornitori sono particolarmente irritati dal modo di operare di Brustio, che indirizza tutti i suoi sforzi verso la politica degli acquisti che giudica più conveniente, sottraendo in tal modo ordinativi ai colleghi del consiglio d’amministrazione. Brustio avvia inoltre una progressiva espansione delle filiali su tutto il territorio nazionale con l’obiettivo di raggiungere, basandosi sui principi fondamentali del grande magazzino – prezzi convenienti e buona qualità della merce –, una fascia di consumatori più vasta possibile. All’inizio del 1922, in concomitanza con la crisi economica dovuta ad una generale caduta dei prezzi, e con le difficoltà di Borletti, personalmente coinvolto nel dissesto della Banca italiana di sconto, si arriva a un duro confronto tra una parte dei consiglieri e Brustio, il quale tuttavia riesce a dimostrare la mancanza di alternative concrete alla sua strategia, consolidando così la propria posizione di comando alla guida dell’impresa.

 

Il successo del prezzo unico
Nel 1928 Brustio costituisce la società Upim (acronimo di Unico prezzo italiano Milano) e importa con successo in Italia, sull’esempio già diffuso in Europa, il modello del magazzino a “prezzo unico”, che si differenzia dal grande magazzino di tipo classico per i prodotti venduti – prevalentemente articoli di abbigliamento e per la casa, che rispondono a una domanda di base, vasta e costante – e per i minori costi di avviamento e di gestione. È proprio il magazzino a “prezzo unico” lo strumento che consente all’impresa di resistere alla bufera provocata dalla crisi economica dei primi anni Trenta, a causa della quale La Rinascente vede il proprio capitale sociale ridotto dai 90 milioni del 1930 ai 13,5 del 1933. Brustio reagisce alla difficilissima congiuntura attuando una radicale trasformazione dell’impresa e orientandola ai consumi popolari: fra il 1930 e il 1940 le filiali La Rinascente e Upim passano rispettivamente da 18 a 5 e da 14 a 36, mentre nel 1934 le due società vengono fuse. Grazie a questa strategia, il 1933 è l’ultimo anno prima della guerra che vede l’azienda in perdita.
La crisi economica porta anche un notevole mutamento nella composizione della proprietà: diversi industriali tessili come Marzotto, Rivetti, Trabaldo cedono le proprie quote, mentre i Grandi Magazzini Jelmoli di Zurigo rilevano nel 1933 le azioni della Banca commerciale italiana passate all’Iri. Si costituisce quindi un sindacato di controllo formato dalla famiglia Borletti, dal gruppo Jelmoli e da una costellazione di azionisti minori che fanno riferimento allo stesso Brustio. Questo assetto proprietario, che resterà invariato sino al 1965, si rivela il più adatto a garantire la stabilità e il successo dell’impresa. Per Brustio, l’ingresso di Jelmoli rappresenta finalmente la possibilità di collaborare con un azionista in grado di comprendere le esigenze e i problemi aziendali ed eventualmente di contribuire alla loro soluzione. Alla morte di Senatore Borletti, nel dicembre 1939, arriverà la nomina di Brustio alla presidenza della società.