Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

AGNELLI, Giovanni

Impiegate addette alle macchine calcolatrici nell'ufficio contabilità della Fiat Lingotto, Torino, 1923 (Archivio e centro storico Fiat, Archivio iconografico).

 
 

Le guerre parallele
Alla vigilia della Prima guerra mondiale la supremazia della Fiat all’interno del settore automobilistico italiano è evidente. Nel 1914 essa concentra il 40% della manodopera, mentre controlla la metà della produzione totale. A un tale esito avevano contribuito in misura rilevante l’appoggio delle banche e i buoni rapporti con il potere politico e la Pubblica Amministrazione (durante la guerra di Libia la Fiat risulta il maggior fornitore di autocarri all’esercito). Con la strategia di integrazione verticale, che congiunge produzione e distribuzione già Prima della guerra mondiale, la Fiat si configura come una grande impresa in senso moderno, in grado di ridurre i costi unitari e quindi di creare una notevole concentrazione settoriale, nonostante la ristrettezza del mercato interno e le inevitabili difficoltà a competere su quelli esteri. Con queste premesse la Fiat coglie appieno le enormi opportunità offerte dalla guerra mondiale. Dichiarata stabilimento ausiliario nel settembre 1915, converte i suoi impianti alla produzione su larga scala di veicoli militari e pesanti, di mitragliatrici ed esplosivi. Alla fine del conflitto occupa la terza posizione fra le imprese italiane per consistenza del capitale sociale (era trentesima nel 1915), mentre Agnelli è ormai una figura di assoluto spicco ai vertici del sistema imprenditoriale nazionale.
Durante la guerra gli utili sono eccezionali e anche in queste circostanze Agnelli tiene ferma la rotta di una precisa strategia industriale, perché ne indirizza la maggior parte a rafforzare ulteriormente l’integrazione verticale acquisendo un vasto complesso metalmeccanico, il Gruppo Piemontese. Ma, soprattutto, con i profitti di guerra, finanzia il progetto di un nuovo stabilimento, il Lingotto: varato nel 1916, questo doveva divenire l’impianto automobilistico più moderno d’Europa al momento della sua inaugurazione, nel 1923. La decisione di procedere sulla strada di un grande gruppo integrato pone la Fiat, già negli anni del conflitto, in rotta di collisione con il maggiore gruppo industriale italiano, l’Ansaldo. Agnelli si trova coinvolto in quelle “guerre parallele” fra i potentati dell’industria e della finanza che caratterizzano gli anni della guerra e del Primo dopoguerra. Al termine di complesse vicende che vedono la “scalata” alle banche miste (Comit e Credit) e l’alleanza dell’imprenditore torinese con il finanziere biellese Riccardo Gualino, Agnelli può considerare pienamente raggiunto l’obiettivo di difendere l’autonomia dell’azienda, consolidando nel contempo la propria posizione. Anche dal periodo di massima conflittualità nelle fabbriche, 1919-1920, Agnelli esce rafforzato: dopo gli scioperi e le occupazioni, alla fine di ottobre del 1920 riprende il pieno controllo sulla Fiat con l’assunzione della carica di Presidente, oltre a quella di Amministratore delegato.

 

Operai alla timbratura all'entrata dell'officina ricambi dello stabilimento Fiat di corso Dante, Torino, 1916 (Archivio e centro storico Fiat, Archivio iconografico).

 
 

Il Lingotto
L’assenza di conflittualità nelle relazioni industriali era una necessità improrogabile quando stava ormai per concretizzarsi un investimento di dimensioni imponenti: il nuovo stabilimento del Lingotto, inaugurato nel 1923, è un edificio a cinque piani, culminante con una pista di collaudo sul tetto, che si sviluppa per oltre 200.000 metri quadrati.
Per finanziare il completamento del Lingotto viene varato nel 1924 un raddoppio del capitale sociale, mentre la gestione del nuovo stabilimento sollecita la massiccia assunzione di ingegneri e tecnici della produzione e della progettazione. Fanno il loro ingresso in questi anni alla Fiat uomini di grande rilievo nella storia dell’azienda come Ugo Gobbato, Vittorio Valletta e Gaudenzio Bono. Per le sue doti nel padroneggiare l’attività complessiva dell’impresa, Agnelli avrebbe designato Valletta nel 1928 alla responsabilità di Direttore Generale, favorendo così la sua opera tesa a creare un’organizzazione rigidamente piramidale, destinata a permanere inalterata nella sostanza sino agli anni Sessanta.
D’altro canto, la reazione agli avvenimenti del “biennio rosso” doveva situarsi in un più generale quadro politico, e Agnelli considera con favore l’avvento del Fascismo al potere nell’ottobre 1922: dopo la nomina a Senatore (marzo 1923), consolida anzi il rapporto con Mussolini, in cui vede la figura capace di colmare un vuoto di potere e di garantire l’ordine sociale.
I tre anni che seguono la “marcia su Roma” registrano peraltro una crescita eccellente dell’economia italiana, entro una cornice di politica economica estremamente favorevole alla grande impresa. Agnelli estende il disegno di integrazione verticale centrato sul settore automobilistico. Esso, partendo dall’autonomo rifornimento di energia elettrica e dalle produzioni metallurgiche, si protende a un allargamento sempre maggiore della rete di vendita. La coerenza della strategia aziendale emerge anche dalla costituzione, nel febbraio 1925, della Sava, la finanziaria che attraverso il sostegno alle vendite rateali intende imprimere un impulso allo sviluppo del mercato interno, mentre nel luglio 1926 il prestito di dieci milioni di dollari contratto con la americana Banca Morgan favorisce l’espansione dell’impresa.